Come mai l’emergenza pandemica ha azzerato il consenso informato?

Pare che la curva della pandemia Covid-19 stia migliorando, e che in Italia ci si stia avviando alla ripresa. Come sarà questa ripresa e che cosa comporterà, però, non lo sappiamo, e forse non vogliamo neanche pensarci più di tanto, preferendo illuderci che “andrà tutto bene” e che la vita tornerà come prima.

Può darsi, che ciò accada, ma l’emergenza pandemica ha fatto emergere un grave problema etico su cui conviene riflettere. Il problema è questo: da fine febbraio 2020, soprattutto nelle zone più colpite dall’onda pandemica, si è registrata una sorta di azzeramento del consenso informato circa il trattamento sanitario. Tanti racconti hanno messo in luce che, in situazioni di urgenza e di pericolo, all’arrivo dell’ambulanza si chiedeva di salutare in fretta e furia il proprio caro che veniva come “sequestrato” per esigenze di cura. Anche per questo molti sembra abbiano preferito rimanere a casa e non richiedere assistenza.

Non è qui il caso di discutere se quanto successo sia giusto o no, ma solamente rilevare che c’è stata una sospensione di prassi ormai consolidate: negli ultimi tre decenni, con fatica ma in modo costante e convinto, in Italia si è lavorato sodo per avere una medicina partecipata in cui paziente e medico discutono il da farsi sulla base del consenso informato. La Legge Lenzi (la L. 219/17) ha coronato questa pratica diffusa, ma durante l’emergenza pandemica pare che la condivisione abbia improvvisamente ceduto il passo a forme di decisionismo medico. C’è da chiedersi come mai ciò sia accaduto, e come si possa ripristinare la centralità del consenso anche nelle situazioni di urgenza e pericolosità.

Per cercare di capire la situazione rilevata, è opportuno cominciare a vedere l’accoglienza riservata alle Raccomandazioni Siaarti, che sono state prontamente pubblicate il 6 marzo 2020 proprio per dare una risposta a alcuni pressanti problemi etici creati dalla pandemia. La Raccomandazione n. 5 è dedicata al consenso informato e a eventuali Dat (Disposizioni anticipate di trattamento), ma è passata pressoché sotto silenzio. L’attenzione è stata rivolta al fatto che le Raccomandazioni ammettessero il triage nelle condizioni eccezionali verificatesi, che dessero espliciti criteri per farlo anche per “sollevare i clinici da una parte della responsabilità nelle scelte” di chi curare e chi no, e che indicassero l’età come possibile fattore di scelta. Continua a leggere

Leggi l’articolo su Quotidiano Sanità

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L’11 maggio, Daniele Rodriguez, professore ordinario di Medicina legale, scrive una lettera al direttore di Quotidiano Sanità citando l’intervento del Prof. Mori.

IL DIBATTITO ETICO “ANESTETIZZATO” DAL COVID.

Gentile Direttore,
leggo l’articolo “Come mai l’emergenza pandemica ha azzerato il consenso informato?” in cui Maurizio Mori analizza l’accoglienza riservata al documento Siaarti del 6 marzo 2020 “Raccomandazioni di etica clinica per l’ammissione a trattamenti intensivi e per la loro sospensione, in condizioni eccezionali di squilibrio tra necessità e risorse disponibili”.

Mi soffermo su un paio di passaggi del ragionamento del Prof. Mori. Egli considera che dette raccomandazioni «sono diventate il punto di riferimento del dibattito teorico in materia» per poi rilevare che «non sono state messe fuori gioco, ma neanche sono state adeguatamente valorizzate: si è preferito lasciarle in una zona di penombra per essere come anestetizzate» (termine ribadito anche verso la fine dell’articolo), pur osservando che esse hanno ricevuto l’esplicito sostegno delle Regioni Veneto e Piemonte, e di altre Società scientifiche come la Sicp.

Da parte mia aggiungo che le Raccomandazioni Siaarti sono state lasciate in una zona di penombra dal Comitato Nazionale per la Bioetica, che intervenendo su analoga materia, in data 8 aprile 2020, con il parere “Covid-19: la decisione clinica in condizioni di carenza di risorse e il criterio del “triage in emergenza pandemica”, si limita a menzionarle in una nota a piè pagina, in cui sono ammucchiate le citazioni di società scientifiche ed istituti che hanno partecipano al confronto sul problema della allocazione di risorse scarse rispetto ai bisogni in situazioni che impongono decisioni da assumere in tempi brevi o brevissimi. Continua a leggere

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Il 12 maggio, anche il prof. Antonio Panti, ex Presidente dell’Ordine dei Medici di Firenze, scrive una lettera al direttore di Quotidiano Sanità citando l’articolo del prof. Mori.

LA DIFESA DEI DIRITTI INDIVIDUALI QUANDO SCOPPIA UN’EPIDEMIA.

Gentile Direttore,
in un recente articolo su QS, Maurizio Mori ha correttamente segnalato una sorta di silenzio ovattato che, durante la pandemia, ha coperto la prassi del consenso informato che sembrava consuetudine acquisita nel nostro servizio sanitario. Di fronte a una catastrofe sanitaria prevalgono i provvedimenti di sanità pubblica che sono obbliganti per chiunque e non prevedono il consenso anche se pretendono una precedente completa e chiara informazione. I provvedimenti autoritativi sottendono una sorta di “consenso democratico” che si esprime col gradimento politico per i risultati ottenuti in termini di tutela della salute collettiva ma, e qui è l’intoppo, anche per le conseguenze sul sistema produttivo del paese.

Il ragionare sugli effetti della pandemia sull’esercizio dei diritti della persona nella sanità è senz’altro importante, però, nel valutare sul piano sanitario e politico questo drammatico evento occorre tenere distinti alcuni aspetti affatto diversi. Continua a leggere

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Il 13 maggio, il dottor Marcello Valdini, Medico-legale, componente Consulta Deontologica Nazionale Fnomceo, scrive su Quotidiano Sanità.

NOI MEDICI DOBBIAMO SEMPRE PORCI IL PROBLEMA DEL CONSENSO INFORMATO, ANCHE CON IL COVID

13 MAG – Gentile Direttore,
solo un cenno sull’oggetto della nota che Maurizio Mori ha rivolto ai lettori del Suo giornale il 9 maggio scorso; non sui contenuti, come al solito articolati e motivati, ma solo sull’oggetto, quello del consenso. Mori dice, in estrema sintesi, che la conquista del consenso all’atto medico, con la secondaria derubricazione al nulla o quasi del “potere” paternalistico di chi l’atto medico pone in essere, si è sciolta nella tempesta della pandemia. Continua a leggere

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