Addio a Carlo Flamigni, sull’Unità scriveva contro il nuovo Medioevo.

Riportiamo l’articolo di Luca Landò uscito il 6 luglio su strisciarossa.it

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Per farla breve, domenica scorsa si è spento Carlo Flamigni. Il problema è che con Carlo era ed è tuttora impossibile farla breve. Per diversi motivi. Il primo è che Flamigni era un grande scienziato, uno dei massimi esperti mondiali di fecondazione assistita. Il secondo è che Flamigni era un grande medico, un uomo di grande cultura (scientifica, appunto) che utilizzava il suo sapere per difendere e migliorare la salute di tutti.

Il terzo motivo è che Flamigni era un uomo che difendeva le donne: le sue battaglie per l’aborto e la fecondazione assistita e la sua guerra, come altro chiamarla, contro la medioevale legge 40 hanno svegliato e arricchito la coscienza civile di questo Paese e spinto la politica, quella di sinistra almeno, a capire che i diritti, le emozioni, la salute delle donne non sono i diritti, le emozioni e la salute di una parte (“l’altra metà del cielo”) ma i diritti, le emozioni e la salute dell’intero mondo. Perché se una donna (o un uomo) soffre, tutto il mondo soffre.

Il quarto motivo è che Flamigni era un uomo di scienza che, dote rara, anzi rarissima, sapeva parlare ma soprattutto scrivere: scriveva articoli scientifici e libri accademici, ovviamente per mestiere; per un senso del dovere scriveva invece articoli per giornali e libri divulgativi, perché era convinto, da uomo di sinistra e profondamente laico, che il sapere dovesse uscire dalle segrete stanze della politica e dei laboratori per entrare nelle case, nei bar, nelle strade. Infine, ma questa volta per puro piacere, scriveva libri gialli ambientati nella sua amata Romagna. Detto questo, tutto questo, c’è un quinto motivo che rende impossibile farla breve con Flamigni: già, perché Carlo, forse lo sapete, era un grande amico dell’Unità.

Dal 2001 al 2014 sono oltre 130 gli articoli pescati dal motore di ricerca del sito del quotidiano. Non sono tutti, ma sono tanti. E sono tutti belli. Perché oltre che interessanti e importanti, sono scritti bene, anzi benissimo. Che Flamigni avesse un rapporto privilegiato con l’inchiostro lo dimostrano i libri che non solo sfornava come panini ma che produceva saltando da un genere letterario all’altro. Che ci azzeccava uno dei più importanti ginecologi italiani con le avventure dark di Primo Casadei, investigatore per caso? E che ci faceva il Presidente onorario dell’Aied con una serie di romanzi criminali in salsa romagnola come Giallo uovoLa compagnia di Ramazzotto o Circostanze casuali? La risposta, banale banale, è che Carlo era uomo di penna, non solo di provette e tra un po’ lo capirete.

Il camion dell’Unità

A memoria di Google il primo articolo di Carlo Flamigni sull’Unità porta la data del 13 giugno 2002. E’ un falso, non l’articolo ma il primato, perché è assolutamente certo che Carlo iniziò la sua collaborazione molto prima, quando l’Unità era ancora l’organo del Pci. Ma non importa, anzi è in fondo interessante che il computer racconti la storia (d’amore?) tra Carlo e l’Unità partendo dal giornale tornato in edicola dopo la traumatica chiusura del luglio 2000. Perché se c’era un “camion” libero e laico con cui trasportare “i mobili e i quadri” fuori dai castelli e dalle torri del sapere, beh quel camion non poteva che essere quel giornale intelligente, irriverente, a volte divertente diretto da Furio Colombo (condirettore Padellaro). Al punto che le nuove idee non venivano più soltanto trasportate, ma persino raccolte e messe in bella mostra, puntualmente in prima pagina (cosa che pochi altri facevano) o addirittura creando un apposito inserto di “Bioetica laica” (cosa che nessuno faceva) realizzato con l’aiuto indispensabile di Maurizio Mori e dei suoi amici traslocatori (gente del calibro di Eugenio Lecaldano, Demetrio Neri, Carlo Augusto Viano, Carlo Alberto Redi, Amedeo Santosuosso, Emilio D’Orazio, Beppino Englaro, Patrizia Borsellino, Filomena Gallo…).

Basta il titolo di quel primo articolo per capire il genere di operazione che aveva in mente Flamigni. Perché “Politica in embrione” non era soltanto un editoriale, ma l’annuncio di una battaglia dura e intensa, non solo contro la legge 40, ma contro l’arroganza di una parte importante della classe politica (l’allora maggioranza berlusconiana) che aveva “deciso di decidere” su questioni delicate e complesse ma senza gli strumenti minimi di conoscenza.

Il potere che non sa

In quell’articolo, pubblicato in prima pagina il 13 giugno 2002, ci sono molti dei temi cari a Flamigni, in particolare il paradosso del “potere senza sapere”: “La Camera ha ripreso in questi giorni il dibattito sulla legge che regolerà le tecniche di procreazione assistita e la maggior parte dei biologi e degli operatori sanitari che lavorano in questo settore è in attesa della conclusione dei lavori con molta curiosità, qualche perplessità e, diciamocelo, un po’ di divertimento. Perché, inutile nasconderselo, lo spettacolo di un gruppo di distinti signori, che della biologia hanno solo ricordi liceali, impegnati a discutere del futuro dell’aploidizzazione e del significato della disomia uniparentale non è cosa alla quale si possa assistere tutti i giorni”.

Questi temi torneranno più volte negli editoriali che Carlo inviava con mensile regolarità al nostro giornale aiutandoci a diventare (lo possiamo dire?) un punto di riferimento di chi, nel mondo accademico, politico e culturale, si ritrovava nei principi di quella “bioetica laica” individuata ed enunciata nelle analisi di Uberto Scarpelli. Una visione che negli anni bui della “bioetica a maggioranza” assume ovviamente ancora più senso ed importanza: “Noi fortunati mortali, abbiamo avuto a lungo l’illusione di vivere in un Paese laico. Oggi le nostre antiche fortune sembrano impallidire rapidamente”, scriveva Flamigni sull’Unità il 6 dicembre 2003 (“La storia della fecondazione negata”).

Benvenuti nel Medioevo

Il 10 febbraio 2004 la “norma medioevale”, definizione di Furio Colombo, diventa legge. Scrive Flamigni: “Nel pomeriggio di oggi verrà votata e approvata definitivamente, alla Camera dei Deputati, la legge sulla procreazione assistita. Conosco l’inutilità del mio appello, ma debbo ugualmente chiedere ai parlamentari di ripensarci: perché è una legge contro le donne, contro la scienza, contro lo stato laico e ci renderà tutti peggiori, tutti, laici e cattolici. (…) Ormai quasi il due per cento dei bambini che nascono nel nostro Paese nascono grazie a una tecnica di riproduzione assistita: ciò significa che questo modo di avere figli fa parte della nostra cultura e non potrà più essere cancellato”.

Libera scienza in libero Stato

Il 12 e 13 giugno 2005 gli italiani vengono chiamati a dare il loro parere sulla legge 40 attraverso quattro referendum abrogativi, ma alle urne si presenta solo il 25,9% degli aventi diritto al voto. Il quorum è lontano, il referendum nullo e le analisi si sprecano. Otto giorni dopo il voto, Flamigni scrive sull’Unità una riflessione dal titolo “Le ragioni di una sconfitta”: tra questi vi è sicuramente il rapporto difficile, contorto o addirittura assente, tra scienza e società o, meglio ancora, tra scienziati e cittadini: “La scienza è un grande investimento sociale, forse il più importante di tutti. La società investe nella scienza perché spera di ricavarne vantaggi: per sé, per i suoi figli più deboli e più sofferenti, per tutti. La società vuole che le nuove conoscenze prodotte rendano la vita degli uomini migliore e non può accettare il rischio che i prodotti del sapere possano essere dannosi per l’uomo. Così, lascia libera la scienza di esplorare l’ignoto, perché un occhio che scruta non può fare male a nessuno, chiede invece di poter esercitare un controllo sulle cose che la tecnica produce, perché una mano che fruga può far male, e come”.

Le porte del castello

Tutto questo è importante, ma non basta. Secondo Flamigni bisogna fare di più, bisogna ridurre la distanza, oggi siderale, tra chi vive e lavora nel pianeta della scienza e chi ne è al di fuori. Tra il castello e il resto del mondo: “Io credo che della scienza i cittadini si possano fidare, credo in una scienza al servizio dell’uomo. Per far credere l’opposto, sono state dette calunnie, sostenute menzogne, negate verità lapalissiane. Non esiste l’eugenetica che sa fare bambini più belli, nessuno mangia gli embrioni o li spalma sul pane, nemmeno noi comunisti”.

Sono tanti, tantissimi gli articoli che Carlo manda all’Unità, tutti importanti, tutti interessanti e tutti, mi ripeto, di gradevole lettura nonostante argomenti di poca o nulla digeribilità. Prima di concludere, mi permetto il lusso di segnalarne uno: è “L’orgoglio di un laico”, pubblicato il 17 gennaio 2006 e che parte da un originale confronto tra le discussioni accademiche e quelle tra politici. Eccone alcuni stralci: “Le discussioni tra gli studiosi che si occupano di materie mediche e biologiche possono essere aspre e sgradevoli, ma ubbidiscono sempre ad alcune regole. La norma numero uno, quella che si potrebbe definire «aurea», è che nessuno può essere certo di aver ragione: la medicina è empirica e perciò per sua natura fallace, le verità scientifiche sono rarissime e perciò, dovendoci affidare soprattutto ai cosiddetti consensi, tutti sappiamo che la nostra probabile verità può dissolversi da un momento all’altro, perché molti consensi cominciano a morire nello stesso momento in cui si formano… Le discussioni politiche sui temi eticamente sensibili offrono ben altro spettacolo. Anzitutto non esiste alcun metodo che consenta di valutare le varie posizioni con sufficiente distacco, in secondo luogo non c’è il benché minimo rispetto per le ragioni degli altri, ma sempre e soltanto un autocompiacimento irritante, che può diventare persino ridicolo quando le posizioni vengono sostenute da chi non le capisce e si limita a condividerle. Provate a cercare su un qualsiasi giornale le dichiarazioni che comincino con un civile «secondo me»: non ne troverete molte. Troverete molto più spesso soltanto critiche severe e sprezzanti rivolte a chi la pensa in modo diverso, volta a volta demonizzato, insultato, deriso. (…)

Lo so, la politica è cosa diversa: differenti i palcoscenici, i linguaggi, gli stessi tempi. Lo ammetto. Mi chiedo ugualmente se sia impossibile darle delle regole, trovare anche per lei un metodo condiviso che possa rivelarsi utile per la gestione dei conflitti e che consenta di mettere a confronto, con sufficiente civiltà, le varie posizioni. Un grande numero di cittadini, in questo momento, si sta ponendo le stesse domande”.

 

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