Fine vita, Mario ora è libero.

Ma il Parlamento non può più tacere:
serve subito una legge.

 

Riportiamo l’articolo di di Maurizio Mori e Mariella Immacolato uscito il 24 novembre su strisciarossa.it

Anche se è nome di fantasia, Mario è ormai diventato familiare a tutti noi come il “marchigiano” che per primo riuscirà a usufruire appieno della procedura prevista dalla Corte Costituzionale sul caso Antoniani-Cappato per l’assistenza all’uscita volontaria dalla vita.

La stampa ha dato ampio risalto alla notizia, a volte sottolineando la centralità del “via libera” alla richiesta dato dal Comitato Etico. In un senso questo è vero, ma in un altro la vicenda mostra quanto sia urgente una legge che precisi in modo semplice la proceduta da seguire. Infatti, la Corte Costituzionale ha ormai chiarito che l’accesso a pratiche di suicidio medicalmente assistito è conforme ai dettami costituzionali, ma la modalità operativa necessita di essere precisata e soprattutto resa più agevole.

 

E’ servito un Tribunale per decidere

Nel caso specifico l’Azienda Sanitaria Marchigiana ha inizialmente respinto come illegale la richiesta di Mario, il quale ha dovuto rivolgersi al Tribunale per far valere il proprio diritto. Il giudice altro non poteva che attestare la legittimità della richiesta di Mario dal momento che la Corte Costituzionale ammette il ricorso al suicidio medicalmente assistito in presenza di precise condizioni. Ha chiesto quindi alla ASL di nominare una Commissione sanitaria per accertare la presenza dei 4 requisiti previsti dalla Sentenza della Corte Costituzionale Antoniani – Cappato, e ha aggiunto che il Comitato Etico confermasse il punto. Quest’ultimo aspetto è ad abundantiam, perché nella Sentenza della Corte Costituzionale il parere del Comitato Etico competente è obbligatorio, ma solo consultivo, mentre il Giudice ne ha potenziato il valore. Ciò conferma come sul tema regni purtroppo una grande incertezza e ci voglia una legge chiara e precisa che sciolga i dubbi e consenta l’accesso alla pratica.

Assodato che il Parlamento non può più permettersi di continuare a tergiversare sulla legge, e che deve mettersi da subito a considerare le richieste di chi vuole chiudere l’esistenza con dignità, il vero problema etico e filosofico riguarda la valutazione da dare alla richiesta di morte volontaria. Ormai siamo tutti d’accordo che l’allungamento dell’esistenza e le aumentate capacità tecniche hanno aperto lo spazio al cosiddetto “fine-vita”, un nuovo territorio che può durare anni e che pone problemi nuovi.

Quando la vita si deteriora, siamo ormai tutti d’accordo (cattolici inclusi) che l’insistenza nel mantenere in vita può trasformarsi in accanimento terapeutico da evitare. L’acquisizione dell’ampio consenso sul fatto che arrivati a un certo punto è bene lasciare che la morte arrivi non è stata impresa né facile né immediata, ma oggi il punto pare acquisito, e la Legge Lenzi n. 219/17 ne è il certificato. Oggi noi dobbiamo compiere un ulteriore passo, perché – come ha osservato la Sentenza Antoniani – Cappato – se è lecito sospendere le terapie sapendo che ne consegue la morte non si vede perché non sia altrettanto lecito ceteris paribus anticipare la morte volontariamente.

Nel fare questo nuovo passo, dobbiamo considerare attentamente che valutazione dare alla morte. Quest’aspetto può apparire “filosofico” e “astratto”, ma è fondamentale, perché da esso dipende l’impostazione della futura legge e del modo con cui affrontare il problema. Per ragioni di spazio semplifichiamo individuando due diverse grandi concezioni.

 

Quale valutazione diamo alla morte?

Da una parte c’è chi ritiene che la morte non sia mai un evento felice e una soluzione: come ha titolato Avvenire il 18 novembre scorso “Terminare una vita non è mai una vittoria”. Con quel titolo Avvenire sintetizza il messaggio della Cei per la Giornata della Vita del prossimo anno, e ovviamente rifiuta la morte volontaria (suicidio medicalmente assistito e eutanasia). Ma quella tesi valutativa è accolta anche da chi ammette la morte volontaria vista solo come ultimo rimedio a situazioni estreme e terrificanti. In questo senso la morte sarebbe sempre una “sconfitta” e la morte volontaria dovrebbe essere limitata a casi del tutto eccezionali. L’eventuale aumento di numero sarebbe segno della presenza del pendio scivoloso che ci farebbe precipitare nell’abisso.

D’altro canto si può osservare che la vita buona è sicuramente buona e meritevole, ma quando ormai le opportunità sono terminate a volte capita che la qualità della vita diventi negativa senza alcuna prospettiva di ritorno al positivo. Purtroppo capitano le situazioni infernali in cui la persona soffre o ha perso ogni senso di sé senza speranza di ritorno alla gioia. Non lo sappiamo, ma non è escluso che queste situazioni diventino più frequenti nel futuro. In ogni caso ci sono, e il caso di Mario ne è un esempio. Quando ciò accade, allora la morte volontaria è una vittoria, perché è un bene rispetto al male della situazione infernale. Dire questo non è essere nichilisti, ma al contrario è porsi a difesa della buona vita che per forza di cose non è eterna e che va tutelata dalle situazioni infernali. Siamo ben contenti di vivere fintanto che la vita offre opportunità positive, ma quando diventa solo tortura l’andarsene diventa “felicità”.

Questo modo di parlare può apparire controintuitivo perché il fine-vita è territorio emerso da poco e ancora poco esplorato. Ma una breve riflessione mostra che la morte volontaria è la soluzione per garantirci la “pienezza di vita buona” da noi progettata e realizzata. È questo che ci sta insegnando Mario con la sua richiesta di chiudere volontariamente la vita. Accogliere la sua richiesta non è solo rispetto dell’autonomia, ma anche un gesto di solidarietà e di aiuto a chi soffre. Ancora una volta non siamo in grado di prevedere come si evolverà il fine-vita nel prossimo futuro, ma un eventuale aumento delle richieste di morte assistita non sarebbe affatto segno di scivolamento nel pendio sdrucciolevole, ma di salita alla vetta luminosa del compimento del proprio piano di vita fino alla fine. Grazie Mario per l’esempio che ci dai.

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