Pandemia. Intervista al dottor Davide Mazzon, primario di Anestesia e Rianimazione all’Ospedale di Belluno

La nostra indagine sulla pandemia prosegue oggi con l’intervista al dottor Davide Mazzon, dal 2001 direttore di Anestesia e Rianimazione dell’Ospedale di Belluno, fra il 2000 e il 2017 fondatore e coordinatore della Commissione di Bioetica della SIAARTI, presidente del Comitato Etico della ex ULSS1-Belluno, vicepresidente del Comitato Etico Regionale. Attualmente componente del Comitato Etico SIAARTI, coordinatore della Sezione di Belluno della Consulta di Bioetica Onlus, e docente di Bioetica presso la Università di Padova.

Dottor Mazzon, ci può fare una breve cronistoria degli eventi, dal paziente “1” in Italia sino all’arrivo dei primi pazienti a Belluno. Quando è iniziato tutto?

Il virus COVID-19 ha dato i primi segni della sua presenza, della sua contagiosità e della sua letalità fra la fine del 2019 e l’inizio del 2020 a Wuhan, la 7ma città più popolosa della Cina, messa in quarantena dal 23 gennaio. L’individuazione dei primi 2 casi “di importazione”, due turisti cinesi poi ricoverati a Roma il 30/1 e successivamente guariti, ha fatto comprendere che il virus era già in circolazione nel nostro paese e il 31/1 il Consiglio dei ministri ha decretato lo Stato di emergenza per 6 mesi su tutto il territorio nazionale, connesso alla insorgenza di patologie da agenti virali trasmissibili.
La svolta che ha determinato l’attivazione di iniziative per contenere l’innesco del contagio su ampia scala è stata l’identificazione dei primi casi di polmonite da COVID-19 a Codogno in Lombardia e a Vò Euganeo intorno al 21/2. Mentre ancora si dava troppa rilevanza alla ricerca di possibili veicoli di contagio provenienti dalla Cina, nel Veneto sin dal 28/2 abbiamo potuto disporre di dettagliate procedure regionali per la individuazione dei casi sospetti, la loro gestione da parte dei medici di Medicina generale, il triage nei Pronto soccorso, la ospedalizzazione dei pazienti più critici ed un piano concreto per l’aumento almeno del 50% dei posti-letto di Terapia Intensiva e del 100% quelli di SemiIntensiva.

A Belluno vi aspettavate di dover fronteggiare una crisi simile? La struttura era preparata?

La nostra forza è stata quella di aver predisposto tutto per tempo: ci ha infatti trovato assolutamente preparati l’arrivo il 14/3 a Belluno dei primi 5 pazienti con grave polmonite da COVID-19 da ospedali vicini, che si sono trovati a gestire una ondata di casi che avevano superato le possibilità di una loro gestione in loco. Le risorse di cui siamo dotati, sia in termini di apparecchi che di personale, sono ampiamente sufficienti a fronteggiare in modo adeguato, anche in futuro, un eventuale aumento di fabbisogno di letti di Terapia Intensiva nella nostra provincia. Sinora abbiamo curato 21 pazienti con età media di 72 anni e 6 di essi possono considerarsi guariti. Purtroppo però la mortalità dei pazienti di gravità tale da richiedere la Terapia Intensiva è molto elevata: sinora i dati europei mostrano una ampia oscillazione che va fra il 28% e il 61% di mortalità per i pazienti sottoposti a ventilazione meccanica in Terapia Intensiva.

Qualcosa in particolare vi ha spiazzato, nella gestione di pazienti o nella comunicazione coi familiari?

Dal mio arrivo a Belluno, ormai quasi 20 anni fa, la Terapia intensiva che dirigo è aperta alle visite dei familiari al pari degli altri reparti; nell’attuale contesto epidemico, purtroppo, i familiari non possono visitare i loro cari e noi forniamo loro notizie per telefono o in videochiamata. Il familiare stesso vive quasi sempre una condizione di isolamento, spesso non è supportato dalla propria rete di prossimità e non è autonomo nell’impiego di mezzi di comunicazione informatizzati. Noi cerchiamo di creare momenti di sincronizzazione emotiva “a distanza”, anche attraverso videochiamate in cui i familiari possano vedere i nostri volti oltre che ascoltare le nostre parole. Vorrei però accennare ad una questione particolare a cui nessuno era preparato e che differenzia la gestione della relazione coi familiari in questo contesto, rispetto a quello abituale. Per un familiare, vivere il lutto di un proprio caro senza potergli essere vicino è un’esperienza umana ai limiti della sostenibilità. La vicinanza della equipe curante e della propria famiglia, la ritualità funeraria sono tutti elementi che accompagnano la possibilità di elaborare la perdita di un proprio caro. Oggi tutto questo è assente e il lutto rischia di essere un “lutto mancato”, un lutto cioè senza il vissuto concreto della ritualità del commiato. Noi cerchiamo di garantire ai familiari che ci siamo presi cura del loro caro al meglio e fino in fondo: i pazienti deceduti per coronavirus nella nostra Terapia Intensiva sono stati isolati, ma non sono mai stati soli.

Qual è la situazione di medici e infermieri del reparto?

Nel contesto della riorganizzazione che ha coinvolto Terapia intensiva e Sale operatorie, sin dall’inizio ogni giorno cresceva in me la convinzione che la risposta a questa inedita emergenza era sostenuta da una straordinaria motivazione e competenza da parte di tutti, medici, infermieri, operatori socio-sanitari, sino ai lavoratori impegnati a creare una rete capillare per la pulizia e la sanificazione degli ambienti con attenzione estrema alla prevenzione del contagio. In Terapia intensiva, infermiere e infermieri, indossando le tute e le protezioni in dotazione, assistono continuativamente pazienti profondamente sedati, che vengono messi a pancia in giù 7-10 volte nel corso del trattamento col ventilatore e svolgono una attività tanto impegnativa e qualificata quanto estenuante. Desidero ringraziare di cuore tutti loro, assieme ai cittadini ed alle aziende che hanno voluto confortarci con messaggi e segni tangibili di incoraggiamento.

Quali prospettive ci sono sul fronte delle cure?

Su questo aspetto devono prevalere cautela e realismo. Si tratta di una malattia di cui si conosce l’agente eziologico, il Coronavirus nella variante denominata COVID-19, ma di cui si sa poco su come aggredisce l’organismo e per la quale non vi sono trattamenti farmacologici di provata efficacia; è possibile si tratti di una aggressione sistemica con ingresso del virus dalle vie aeree, per cui il quadro polmonare è la punta dell’iceberg. Alcune novità potrebbero emergere dagli studi sperimentali avviati con nuovi antivirali ed antinfiammatori, ma temo che non saranno nell’immediato di utilità per i pazienti che stiamo trattando. Dei tanti trattamenti di cui si è ipotizzata una potenziale efficacia, dal tocilizumab, all’avigan, al remdesivir, al plasma dei guariti, fino all’ozono, vi sono scarse segnalazioni aneddotiche di successi o supposizioni di un beneficio sulla base del meccanismo di azione: è inopportuno alimentare eccessive speranze prima di averli sottoposti al vaglio di una rigorosa sperimentazione scientifica.
Sono convinto che in Terapia intensiva, come ad esempio accade nei pazienti vittime di traumi polmonari per i quali non esiste una cura a base di un farmaco, nei pazienti con polmonite da COVID-19 noi dobbiamo soprattutto “guadagnare tempo” e sostenere le funzioni vitali compromesse, nell’attesa che i processi di guarigione spontanea abbiano il sopravvento, ponendo una enorme attenzione ad evitare di aggiungere danno al danno. I trattamenti intensivi infatti possono avere gravi effetti collaterali, e questi pazienti sono fragilissimi…dobbiamo mettere in conto sin dall’inizio trattamenti prolungati, senz’altro oltre le 2-3 settimane. Con una costante attenzione ai dettagli, ai particolari che devono essere subito considerati in quanto possono rappresentare segnali di allarme, richiedere approfondimenti e correzioni di rotta.

Come sta evolvendo la situazione?

I segnali circa una riduzione delle richieste di ammissione nelle Terapie intensive venete per questi malati, sono consistenti a partire dalla fine di marzo, ma non sappiamo se a questa prima ondata epidemica ne seguiranno altre e come esse potrebbero presentarsi.
Tutti comunque devono continuare a proteggere se stessi e gli altri dal contagio, soprattutto con l’uso delle mascherine chirurgiche, la disinfezione delle mani, evitando gli assembramenti e rivolgendosi immediatamente al proprio Medico in caso di sintomi influenzali. Abbassare la guardia sarebbe da irresponsabili. Nessuno sarà immune da questo flagello sino alla scoperta di un vaccino. Pensiamo che sino a qualche mese fa non pochi irresponsabili “no-vax” auspicavano un mondo senza vaccini. Ora abbiamo l’esempio di come vadano le cose quando non abbiamo UN vaccino. Immaginiamo come sarebbe se non ci fossero gli altri.

Per concludere, quali sono state le sue maggiori soddisfazioni e le cose che meno le sono piaciute in questi mesi di “guerra” contro il “nemico invisibile”?

Ho ammirato tutti coloro con cui ho lavorato in ospedale a Belluno: persone provate dalla fatica, preoccupate per il rischio, seppure minimo, di contagio per se stessi e per le proprie famiglie, ma orgogliose del proprio servizio alla collettività.
Ho apprezzato le iniziative della Regione Veneto che, affidandosi ai tecnici più competenti, ha intrapreso con vigore la strada del rinforzo delle Terapie intensive, della diffusione dei tamponi, della promozione dell’uso delle mascherine e del distanziamento sociale. Sono invece assai perplesso sulle severe limitazioni della attività motoria (jogging, bici, voga…) individuale all’aria aperta, che per alcune patologie rappresenta una vera e propria terapia e per molti di noi operatori è un ottimo antidoto contro lo stress lavorativo…
Mi sono sentito parte di una collettività più ampia, unita da autentici legami di cooperazione e gratitudine fra popoli, nell’ascoltare le parole con cui il Primo Ministro Albanese ha accompagnato la partenza di una missione di medici ed Infermieri Albanesi in Italia: “È vero che tutti sono rinchiusi dentro le loro frontiere, anche Paesi ricchissimi hanno girato la schiena agli altri, ma forse perché non siamo ricchi ma neanche privi di memoria, non ci possiamo permettere di non dimostrare all’Italia che gli albanesi e l’Albania non abbandonano mai l’amico in difficoltà, da quando l’Italia e le nostre sorelle e fratelli italiani ci hanno salvati, ospitati e adottati in casa loro quando l’Albania versava in dolori immensi”. Ma non sono mancati motivi di disappunto e anche di sgomento.
La nostra professionalità e le nostre doti umane sono state messe a dura prova da questa inedita emergenza sanitaria e forse per questo molte narrazioni hanno fatto ricorso alla metafora della guerra e degli “eroi”, a mio parere impropriamente, riferendosi al nostro lavoro di operatori sanitari. Io ritengo invece che il senso del dovere, lo spirito di servizio e di appartenenza alla comunità di noi tutti sia una connotazione quotidiana del nostro lavoro: in questa emergenza, a differenza di quanto accade di solito, vi sono stati numerosi riconoscimenti pubblici da parte di istituzioni e cittadini, che spero possano essere ribaditi in futuro, al di fuori di questo momento. Affrontare le nuove difficoltà legate alla pandemia ha richiesto da parte nostra un adattamento individuale ed una riorganizzazione ispirata da nuove acquisizioni culturali, confronti aperti e tenace creatività. Abbiamo dovuto mantenere un grande equilibrio mentale ed una particolare attenzione al nostro stato di integrità fisica. Ci siamo logorati, ma a fine giornata abbiamo potuto contare su spazi e tempi per trarre il meglio da questa esperienza, nel comfort delle nostre case e dei nostri affetti, con la soddisfazione profonda di avere offerto le nostre competenze a chi ne aveva bisogno, con empatia, senza mai sentirci “eroi”.
Mi hanno colpito le parole di Barbara Schiavulli, una reporter dai molteplici focolai di guerra oggi presenti sul continente, in quarantena a Roma, in riferimento alla pandemia ed alla metafora della “guerra”: “E’ una tragedia piena di sofferenza e sacrifici, ma non è una guerra. Ogni volta che dal divano guardo il soffitto di casa e so che non mi crollerà addosso, so che non è una guerra. Ogni volta che apro l’acqua e mi esce copiosa e calda, so che non è una guerra. E’ uno schifo, ma non è la paura di morire ammazzati da qualcuno e non ha l’odore della guerra. Pandemia e guerra sono due cose diverse e per nulla avvicinabili. Le parole sono importanti. Sono valori che escono dalle nostre bocche e dalle nostre penne. E a volte bisogna essere precisi. Centinaia di scienziati stanno lavorando per debellare questa peste e anche se verrà trovato un vaccino magari non raggiungerà mai quelli che la guerra la vivono veramente, dove non si riesce ad avere nemmeno i vaccini che già ci sono”. (articolo completo al link: https://www.radiobullets.com/rubriche/chiamatelo-come-volete-ma-non-guerra/).
Infine, voglio dedicare un commosso ricordo a tutti gli operatori sanitari, ai 150 Colleghi Medici a tutt’oggi ed alle decine di altri operatori sanitari che sono morti a causa del COVID-19 contratto durante lo svolgimento del proprio lavoro, un tributo di vite umane pesantissimo e inaspettato. Sarebbe una verità tragica se un giorno si scoprisse che anche una sola di queste morti sul lavoro, nell’esercizio di una professione di aiuto, fosse causate da responsabilità da parte di chi doveva proteggere quel medico o quell’infermiere dal rischio dal contagio. Su questo, è doveroso fare la più assoluta chiarezza e, se necessario, piena giustizia.

 

Fonte: Bellunopress

2 thoughts on “Pandemia. Intervista al dottor Davide Mazzon, primario di Anestesia e Rianimazione all’Ospedale di Belluno”

  1. Eccellenti parole, oneste, sensibili e sincere. Grande Dottore. Condivido in modo particolare il riferimento alla guerra, questa parola fa riaffiorare immagini ben diverse di ragazzi partiti per il fronte che non hanno mai fatto ritorno, l’egoismo, la cattiveria e la crudeltà di chi li mandava a morire e molto altro. Il Covid è un nemico per tutti che si spera nessuno abbia fomentato. Canton Osanna

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