Il contrasto tra “Evoluzione ed etica” secondo Thomas Henry Huxley – di Roberta Scalise

«Quel che la razza umana si trova ad affrontare è una continua lotta per conservare e migliorare, opponendosi allo stato di natura, lo stato di artificio di una comunità sociale organizzata, lotta nella quale e per la quale l’uomo può forse creare una civiltà degna di questo nome, capace di conservarsi e migliorarsi continuamente: fino a quando l’evoluzione discendente del nostro globo non arrivi al punto in cui il processo cosmico riprenda il sopravvento, e sulla superficie del pianeta prevalga ancora una volta lo stato di natura.»

Il 18 maggio 1893 un gremito Sheldonian Theatre attende con fervore le parole di Thomas Henry Huxley: l’eminente biologo inglese, definito, da se stesso e dagli altri, il “Mastino di Darwin”, è, infatti, in procinto di condurre una delle “Romanes Lectures” di carattere scientifico ospitate all’Università di Oxford e istituite, nel 1891, dal fisiologo George John Romanes.

Tema della dissertazione: le tesi e le riflessioni – sinossi di oltre dieci anni di studio – contenute nell’opuscolo redatto l’anno precedente e incentrate sul rapporto tra “Evoluzione ed etica”. Un argomento tanto spinoso quanto affascinante, la cui discussione prese l’abbrivio subito dopo la pubblicazione della darwiniana Origine delle specie, nel 1859, e divenne, poi, uno dei perni peculiari del dibattito promosso dal cosiddetto “darwinismo sociale”, strenuamente sostenuto, tra gli altri, anche dal celebre Herbert Spencer.

La posizione di Huxley, tuttavia, risulta dissimile sia rispetto all’osannato maestro, sia rispetto al duramente criticato positivista, come emerge sapientemente dal volume che reca proprio il nome della conferenza di Oxford, Evoluzione ed etica, recentemente edito dai tipi di Bollati Boringhieri e impreziosito anche da altri quattro saggi composti tra il 1888 e il 1894 – ossia “Evoluzione ed etica. Prolegomeni”, “La lotta per l’esistenza nella società umana”, “Diritti naturali e diritti politici” e “Governo: anarchia o irreggimentazione”.

Ma in quale modo la tesi di Huxley si discosta da quelle elaborate dai suoi predecessori e dai suoi detrattori? Prendendo le mosse dal carattere intrinsecamente transitorio dell’evoluzione – qui definita «processo cosmico» –, il biologo edifica la propria discussione intorno al comparto morale correlato alla lotta per l’esistenza e alla selezione naturale, innestandovi, tuttavia, un elemento di novità. Dopo aver vissuto millenni di anarchia e inciviltà e aver agito in base alle «qualità in comune con tigri e scimmie», sotto la spinta di «astuzia, socievolezza, curiosità, abilità mimetica e distruzione spietata e feroce», Homo Sapiens si affranca dal conflitto e abbandona le vesti hobbesiane di «homo homini lupus», per poi indossare, in loro vece, quelle dell’«uomo etico», la cui – sempre più – affinata civiltà «stigmatizza come colpevoli gli impulsi suggeriti dalla tigre o dalla scimmia, e punisce come delitti molte azioni che da loro scaturiscono».

Il «processo etico» così formatosi, però, non rappresenta – come sostiene Darwin – una mera derivazione dagli istinti sociali animali o dalla cooperazione di gruppo, bensì costituisce «un’opera di artificio» che, proprio come un giardino affidato alle cure e alla “selezione” dell’orticultore, tenta di opporsi alla barbarie e alla violenza che imperano nel mondo esterno – quindi nelle «opere di natura» –, coltivando, al suo interno, bontà e benessere comune. In altre parole, la società civile, conseguenza di secoli di humiana “simpatia” e di una comunità improntata a collaborazione e autolimitazione, non solo si differenzia, ma è, anzi, opportuno che si opponga con vigore alla spietata «teoria gladiatoria» della lotta per l’esistenza.

Lo scopo di tale dicotomia, precisa, infatti, Huxley, è quello di creare, e, dunque, mantenere, «condizioni più favorevoli di quelle dello stato di natura», per «consentire al cittadino di esprimere liberamente le proprie doti innate, nella misura in cui ciò contribuisce al bene comune». La comunità umana, perciò – come già esplicato, se pur in termini diversi, da Hobbes, Locke, Rousseau e Mably –, abbandona le proprie velleità egoistiche per rimettersi alle linee di condotta delineate da un “patto sociale” condiviso e garantire, così, l’agiatezza fisica e morale, la pace e la libertà del suo organismo collettivo e dei suoi membri.

Un solo pericolo, tuttavia, minaccia questo raggiunto stato di quiete e stabilità: la sovrappopolazione e la «tendenza a moltiplicarsi senza limiti che l’uomo condivide con tutti gli esseri viventi», ossia «una delle condizioni essenziali, se non addirittura la causa prima» di un ritorno allo stato di natura e alla sua cieca lotta per l’esistenza. Un problema pernicioso che ossessionò il biologo fino alla conclusione della sua esistenza e cui egli dedicò anche porzioni della sua disamina circa le diverse forme e competenze del governo.

Un punto, però, è sfuggito alla riflessione dell’inventore dei termini “agnosticismo” ed “epifenomeno”, e rappresenta, forse, la fonte maggiore delle critiche a esso riservate: da dove trae origine il processo etico? In quale modo si distingue da quello cosmico? E come può opporvisi, sia che ne derivi, sia che ne sia discosto, dal momento che l’uomo stesso è uno dei risultati del secondo? È evidente che Huxley – come dimostra anche la celebre “nota 19”, in cui questi dichiara che il processo etico appartiene all’evoluzione «come il regolatore automatico di una locomotiva a vapore fa parte del meccanismo della macchina» – si muova su un terreno particolarmente labile e non privo di contraddizioni, passi falsi e fallacie logiche, ma il nitore della sua narrazione e la vitalità con cui le teorie coinvolgono il lettore sopperiscono alle disseminate antinomie e consentono di non inficiare il fascino e il carattere estremamente attuale delle considerazioni effettuate.

L’esposizione di Huxley si rivela, infatti, incalzante, carismatica e acuta, soprattutto per merito degli espedienti retorici utilizzati e per la cernita di uno stile letterario che possiede poco del rigoroso pragmatismo caratteristico delle dissertazioni scientifiche. Pur essendo un testo di studio rivolto ad appassionati ed estimatori della materia, il volume, per la gradevolezza della scrittura – che riecheggia vagamente le successive opere di Bergson – e il linguaggio limpido, risulta, quindi, facilmente fruibile anche ai neofiti, cui offre, in alcune pagine, scorci di una “favola evoluzionistica” che non si sottrae al ricorso di immagini metaforiche e, accanto alle idee precipue dell’elaborato, attinge anche a filosofie, religioni e discipline dissimili per approfondire e creare parallelismi esemplificativi e pregnanti.

Espedienti narrativi e doti oratorie che, forse, non mancarono di ispirare profondamente anche suo nipote: proprio quell’Aldous che, sessant’anni dopo, avrebbe delineato i contorni di un Brave New World dominato dal passaggio da una moderna “barbarie ragionata” al controllo – in questo caso angustiante e distopico – della popolazione e della sua apparente cooperazione.

 

 

Autore: Thomas Henry Huxley;

Titolo: “Evoluzione ed etica“;

Editore: Bollati Boringhieri;

Anno di pubblicazione: 2020;

Pagine: 240.

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