MAX WEBER, NIETZSCHE E GLI ULTIMI UOMINI. LA GABBIA D’ACCIAIO È SOLAMENTE PIÚ ELETTRONICA – di Fiorello Casi

Già e soprattutto Max Weber aveva articolato un’indagine eccezionale sulla modernità. Rivisitando il suo pensiero e confrontandolo con la nostra quotidianità, possiamo serenamente sostenere che gli elementi di tale analisi siano ancora oggi attuali. Infatti non sembra cambiato nulla dal clima che genialmente descrisse Nietzsche in “Così parlò Zarathustra”. Nella Prefazione dell’opera Nietzsche annuncia l’avvento del superuomo, ma nel paragrafo 5 (e questo aspetto non ha ricevuto, probabilmente, l’attenzione che meritava) Zarathustra, parlando al popolo che si trova al mercato, parla di “quanto vi è di più spregevole”, ossia dell’ultimo uomo. Possiamo definirlo l’Incubo degli ultimi uomini e va riconosciuto che tale visione conserva tuttora la sua attualità, ma aderisce anche alla fase storica contemporanea che vede coinvolta buona parte della società occidentale.

Ogni epoca è stata caratterizzata da una (o più) minaccia e quella che caratterizza la nostra epoca non consiste più, come accadeva, per esempio nel secolo scorso, nell’affannosa ricerca di un equilibrio tra l’autonomia del singolo e lo “stato massimo”, tra la libertà individuale e il potere politico sempre più pervasivo e autoritario. Diversamente, la nostra epoca è caratterizzata dalla urgente necessità di sviluppare e riappropriarsi dei meccanismi di controllo politico su tutti i processi economico-sociali e tecnologici che coinvolgono l’individuo e la collettività, in un rinnovato scenario politico.

È principalmente il rapporto tra etica e politica e la sua influenza sull’agire politico contemporaneo, ormai incapace di vere azioni autonome nei confronti dell’economia, della burocrazia e in buona misura anche della tecnica, l’oggetto sul quale focalizzare l’attenzione critica.

Sembra che la gabbia d’acciaio descritta da Weber sia divenuta uno strumento teso a soffocare ogni istanza sociale di rinnovamento, di critica e di emancipazione. La situazione complessa e pericolosa che ne deriva è aggravata – a nostro avviso – dalla presenza degli ultimi uomini che, da Nietzsche in poi, non hanno più abbandonato la scena della società capitalistica.

Gli ultimi uomini sono allo stesso tempo la minaccia e l’humus sul quale si sviluppa la crisi dei valori contemporanea. Il punto nodale di questo stato di cose sembra coincidere perfettamente con quello a suo tempo formulato da Weber e che risiede nella profonda difficoltà degli uomini (occidentali?) nel trovare un’alternativa di senso per le loro vite quando ormai l’assenza di Dio e dei profeti è divenuto un fatto caratterizzante delle loro esistenze.

Agli uomini occidentali è richiesta una ricerca nuova, che vada oltre e subentri alla sfera religiosa, che permetta di trovare una nuova fonte di senso che consenta la costruzione di un argine alla deriva che tale mancanza sta imprimendo alle loro esistenze e, quindi, alla loro storia.

Inoltre, se la politica e la scienza pare non abbiano perduto completamente la capacità di essere contaminate da un auspicabile rinnovamento di senso, l’economia, invece, sembra averla smarrita completamente. L’economia e la finanza sono ormai in grado di alimentare e condizionare la politica, come già sosteneva Weber. Questa constatazione ci ricorda innanzitutto Weber quando sostiene, nell’Etica protestante, che allorché il capitalismo non trova più le sue motivazioni nella radici religiose dell’origine, perde la possibilità di trovare una nuova alternativa etica.

Il riferimento di Weber agli «ultimi uomini» è anzitutto quello della conclusione dell’Etica protestante del 1905, dove l’enfasi utilizzata si avvicina a quella delle tonalità liriche usate nel prologo di Zarathustra, dove il saggio incontra gli ultimi uomini disinteressati al suo insegnamento. A dodici anni di distanza, nella famosa conferenza La scienza come professione compare il secondo e ultimo riferimento di Weber agli «ultimi uomini», nel quale Nietzsche viene esplicitamente citato e dove il nucleo del messaggio è il significato della scienza nell’era del disincanto.

Le due citazioni, i due richiami agli «ultimi uomini» hanno lo scopo di sottolineare in quali condizioni e con quali limiti la scienza e la politica, queste due sfere ancora potenzialmente sensibili alla contaminazione etica, possano ancora offrire una garanzia di senso al mondo.

Ma è ancora una volta la politica quella che può instaurare un rapporto di maggiore adesione ai valori etici: nella Politica come professione Weber afferma che in questa sfera l’etica ha la funzione fondamentale di orientare le scelte dei mezzi e le decisioni riguardo il loro utilizzo, distingue tra un’etica dell’intenzione e una della responsabilità, e ne auspica la loro integrazione. E’ vero che per diversi attenti commentatori l’indirizzo proposto da Weber contiene elementi di contraddittorietà, che caratterizzeranno la successiva civiltà tardo-moderna, perché difficilmente – secondo loro – si potrebbe imprimere la forza sufficiente a tale scopo senza la presenza sulla scena proprio della figura dell’ultimo uomo, l’unico capace di attenuare le tensioni che il connubio proposto da Weber fatalmente potrebbe generare. 

La metafora degli «ultimi uomini» si rivela così emblematica del rischio che corre la modernità, l’avvento di un tipo di soggettività incapace di rifiutare il mondo: l’Incubo degli ultimi uomini è l’incubo confuciano, una soggettività sazia di senso che fa dell’adattamento al mondo il principio ispiratore del proprio agire. Weber non è soltanto il teorico di una risposta politica alla crisi di senso e alla comprensione del possibile che si registra appunto nella tarda modernità, ma è, allo stesso tempo, il filosofo che indaga la drammaticità che caratterizza i processi che, anche oggi, spingono verso un sostanziale annullamento della capacità umana di interpretare il mondo attraverso un’istanza e una struttura etica.

È una riflessione sulla ricerca di modalità nuove attraverso le quali scongiurare il costante scivolamento della politica su di una china ormai solo più adattiva. Una politica che agisce nell’epoca dell’assenza di Dio e di una soggettività che non dispone più delle risorse di senso per resistere alla contingenza del mondo perché vive, ormai, nell’unico mondo possibile.

Se nel prologo di Zarathustra gli «ultimi uomini» sono coloro che hanno fatto della felicità l’Alfa e l’Omega del loro rapporto col mondo, nell’Etica di Weber il riferimento è inserito in un contesto dominato dalla metafora della «gabbia d’acciaio», cioè dal carattere ferreo e non aggirabile del capitalismo, il mondo della burocrazia razionale fondata sulla competenza: quando cosmo economico e cosmo burocratico si saranno definitivamente saldati, ogni nuovo accadimento potrà essere generato soltanto dalla rinascita degli ideali antichi, o dall’avvento di profeti interamente nuovi. Ma si tratta ancora di un’illusione, nessuna delle due ipotesi potrà avverarsi, e ciò a cui sarà dato di assistere consisterà solo in una sorta di pietrificazione meccanizzata, adorna di un convulso desiderio d’importanza provato dagli «ultimi uomini», «specialisti senza spirito e gaudenti senza cuore».

Essi sono individui «sazi» (intesi come astorici e impolitici), e tengono un atteggiamento di sazietà verso la politica, alla quale non hanno più nulla da chiedere, ma questa è anche una condizione che richiama un altro aspetto fondamentale, la felicità – felici perché sazi – attraverso un concetto ricorrente in politica per indicare il completamento di un’operazione (negli anni in cui le opere vedono la luce sarà l’unità tedesca).

«Sazietà» compare in Weber anche come termine di differenziazione tra i popoli (tedeschi sazi e altri popoli non sazi, segnatamente i russi e la loro incipiente rivoluzione), e per i tedeschi il passato di non sazietà è dominato dall’individualismo eroico e dall’idealismo delle grandi rivoluzioni liberali del ‘600.

Un’altra figura che viene richiamata da Weber su questo aspetto – in questo caso nella Scienza come professione – è quella di Abramo, che moriva «vecchio e sazio della vita». Per Weber l’aspetto drammatico risiede nel fatto che l’uomo incivilito può diventare stanco della vita ma mai sazio: la nozione di progresso rende impossibile la sazietà e il senso di compiutezza e se non sul piano della filosofia della storia quantomeno su quello dell’ontologia sociale, per la quale esiste un condizionamento tra la propria posizione sociale e la percezione del mondo (per esempio i contadini: gente ancora coi piedi per terra perché immersi in un mondo che è ripetizione dell’identico).

Gli «ultimi uomini» sono coloro che hanno smesso di interrogarsi sul significato, sul senso della vita e che, così facendo, hanno abbandonato la dimensione etica. La loro vita – in realtà priva di speranza e per nulla felice – si dimostra quotidianamente incapace di plasmare il mondo secondo degli ideali che possano mettere in discussione il rapporto e la fruizione di beni materiali e dunque incapace di una concreta resistenza al mondo.

Mentre l’asceta puritano si dedicava al lavoro per realizzare la sua visione religiosa, l’«ultimo uomo» lavora perché non può semplicemente «farne a meno», senza alcuna riflessione sul senso di quello che esperisce. C’è da interrogarsi su cosa abbia generato tutto questo.

E’ possibile che le radici degli «ultimi uomini» siano di duplice natura. Una prima riguarda l’indebolimento della soggettività, ed è conseguenza del venir meno delle strutture che garantivano la solidità degli ideali. La fine dei grandi sistemi metafisici e delle ideologie, che davano un senso oggettivo al mondo, hanno reso l’umanità più forte ma anche più debole: la fine di questo senso oggettivo non ha inciso sulla normatività, ma ha distrutto la capacità di dare un senso e di capire razionalmente il fluire della vita, trasformandola un evento naturale che scorre lungo gli anni.

La seconda consiste nel fatto che gli ultimi uomini sono andati oltre il politeismo, vivono in un pluralismo addirittura atomizzato, una pluralità di valori così polverizzati e dispersi da non poter conciliare alcun valore e comportamento che ne discenda. Anche i valori condivisi vengono presi in considerazione soltanto per le loro conseguenze individuali, il che, in termini di agire politico, genera problemi che vanno ben oltre il pluralismo. Caratterizzati da questa enorme onerosità del vivere, gli «ultimi uomini» si rivelano individui troppo deboli per contrapporsi al mondo con la stessa forza delle civiltà precedenti.

Se questo modo di vedere le cose fosse giusto, allora la riflessione di Weber sulla tarda modernità supera l’analisi della sua contemporaneità, e parla anche di oggi, del nostro mondo e delle nostre società occidentali: la sazietà di cui si è detto è la sazietà di coloro che hanno rinunciato a voler modificare il mondo e la propria esistenza, e che, soprattutto, non aspirano a superare questa loro condizione. È la sazietà che impedisce agli uomini di oggi la capacità di porsi delle domande sul senso del mondo; uomini che hanno rinunciato alla critica preferendo adattarsi, incapaci di prendere una posizione etica e di senso nei confronti della propria vita, deboli e politicamente fatui. La maledizione degli «ultimi uomini» risiede così nell’ incapacità di riuscire a rifiutare questo mondo, nell’incapacità di contrapporsi alla gabbia della servitù preferendo la condizione di un’umanità infelice e rassegnata.

Questa descrizione, se pur triste, fornisce una forza esplicativa importante; tuttavia lascia sospesa, a nostro avviso, un’ultima questione. C’è infatti da chiedersi se la condizione degli «ultimi uomini» quale emerge da questa analisi, sia destinata a perdurare nel tempo. Il capitalismo sembra generare la figura di un uomo diverso rispetto alle epoche precedenti, un individuo che entra in una sorta di cattività esistenziale e dalla quale risulta incapace di uscire, che negli ultimi anni si aggira a affannosamente nei cubicoli della Rete, dell’informazione, dei social network.  Gli ultimi uomini, se le cose stanno così, si collocano alla fine della storia, come ultima tappa di un processo secolare che, con il dispiegarsi completo del capitalismo, ha ormai cristallizzato l’umanità in un torpore senza speranza. Tuttavia su di una simile immagine continuano ad aleggiare antiche istanze mai completamente scomparse dall’orizzonte dei singoli individui e delle società. Questa analisi, o meglio, queste considerazioni in ordine sparso, possono consentire di valutare la portata e i rischi profondi della situazione storica attuale, ma forse trascurano, ci piace credere, tutte le potenziali istanze di rinnovamento che ancora si protendono in direzione di un mutamento della nostra storia. Rosa Luxemburg, nell’Accumulazione del capitale, affermava che quando il capitalismo avesse occupato tutti i mercati, sarebbe iniziato il processo per il quale avrebbe iniziato a divorare se stesso; se questo processo sia già iniziato e che portata possa avere sugli individui calati nella storia è difficile stabilirlo. Resta il fatto che fino a quando agli «ultimi uomini» si contrapporranno gli «uomini in rivolta» la spinta e l’energia del cambiamento non saranno mai sopite.

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