HOMO SAPIENS (prima parte) – di Maria Teresa Busca

Ian Tattersall è curatore emerito all’American Museum of Natural History di New York ed è uno dei massimo studiosi di paleoantropologia del mondo. Ha svolto numerose ricerche sul campo in Madagascar, Yemen e Vietnam. Per capire quanto sia stato importante il contributo di Tattersall per la conoscenza dell’evoluzione degli ominidi è opportuno premettere alcuni concetti base su tale fenomeno.

Si è ormai certi che la nostra specie, Homo sapiens si è evoluta da scimmie antropomorfe a partire da circa 6 – 7 milioni di anni fa. Come hanno dimostrato i più recenti studi di genomica comparata, nei cromosomi di Homo sapiens ci sono tuttora geni di batteri, di rettili, di anfibi e altri ancora, che testimoniano la nostra storia evolutiva. Per dirla con Charles Darwin, Homo sapiens è connesso a tutti gli altri organismi viventi nel “grande albero della vita”. Ed è una piccolissima parte di questo albero, peraltro anche la più recente, che è occupata da ominidi, tra cui più specie appartenenti al genere Homo. Soltanto 40.000 anni fa convivevano Homo sapiens, Homo neanderthalensis, Homo erectus e Homo floriensis.

Come si è visto l’evoluzione della specie si costruisce su due basi, la variazione e la selezione naturale, tutti i viventi sono differenti tra loro e su questa diversità l’ambiente opera una cernita, ovvero seleziona i più adatti.

Darwinismo e neodarwinismo prevedono un’evoluzione lineare e progressiva che ha lo scopo di generare specie sempre più adatte alle prevalenti condizioni ambientali.

Ma nel 1972 Stephen J. Gould e Niles Eldredge analizzando resti fossili di organismi vissuti in un arco di tempo molto esteso si sono resi conto dell’inadeguatezza di questo modello e hanno descritto l’evoluzione come un fenomeno caratterizzato da lunghi periodi di stasi, durante i quali non succede quasi nulla, che vengono “punteggiati”, ovvero interrotti da rapidi cambiamenti, con comparsa di nuove specie, nei quali la contingenza svolge il ruolo principale.

Tattersall, usufruendo di queste nuove informazioni intuì che anche l’evoluzione degli ominidi poteva essere descritta utilizzando questo modello. Gran parte dei suoi studi sono stati rivolti agli aspetti che rendono Homo sapiens unico: il linguaggio e il pensiero simbolico. La nostra specie è la sola che ha acquisito capacità cognitive così spiccate, quali il nostro interesse per i concetti astratti, simbolici e il linguaggio.

Tattersall per spiegare queste emergenze propone di rifarsi alla strategia evolutiva dell’exaptation, già intuita da Darwin come preadattamento e proposta per la prima volta con questo nome da Stephen J. Gould e Elisabeth S. Vrba nel 1982. Questa teoria permette di andare oltre il rigido meccanismo adattativo, spiega infatti che un carattere, inizialmente utilizzato per svolgere una funzione (o addirittura nessuna), venga poi exattato per svolgerne un’altra.

A quanto pare Homo sapiens compare in Africa come entità anatomica distinta all’incirca 200.000 anni fa. I rappresentanti di questa nuova specie all’inizio hanno tenuto il comportamento dei loro predecessori, ma intorno ai 100.000 anni fa hanno iniziato ad avere comportamenti inediti quali la creazione di oggetti simbolici. Le popolazioni discese dai primi umani simbolici hanno abbandonato l’Africa per andare alla conquista del mondo. Questa superiorità cognitiva permise loro di scalzare in tempi brevi la concorrenza ominide in tutta l’Eurasia. Tutte le altre specie di ominidi scomparvero. Anche la documentazione archeologica si è modificata di conseguenza. Si può notare come la straordinaria tradizione europea di decorare le grotte fosse già in atto 40.000 anni fa, e così ci sono sorprendenti testimonianze come, tra le altre, strumenti musicali e oggetti artistici mobili. Recentemente, nel 2014, è stata datata a più di 40.000 anni fa l’immagine inequivocabile di un babirussa originario di Sulawesi (Indonesia) e questa è un’ulteriore testimonianza del fatto che l’arte primitiva è nata verosimilmente nel continente madre africano.

Gli esseri umani sono creature complesse che derivano da antenati complessi e nella documentazione finora rintracciata talora si trovano anche cose inaspettate. Tra queste, la più antica è stata ritrovata a Trinil nell’isola di Giava, attribuibile a Homo erectus, ed è una conchiglia con inciso un disegno geometrico che viene fatta risalire a mezzo milione di anni fa.

Invece 130.000 anni fa a Krapina in Croazia è possibile che i Neanderthal abbiano deliberatamente rimosso gli artigli dalle carcasse di aquila per farne collane ornamentali. Questi reperti sono testimonianze affascinanti ma rimangono manifestazioni che non possono essere inserite in una tradizione.

È nel periodo tra 100.000 e 40.000 anni fa che un profondo cambiamento comportamentale in Homo sapiens dava il via a una rivoluzione nel modo di operare. Mentre nel passato gli ominidi avevano risposto alle sfide ambientali adattando tecniche antiche a nuove finalità, con la comparsa di Homo sapiens e del suo nuovo comportamento irrompe sulla scena una creatura del tutto sconosciuta e innovatrice, la cui sete di novità non si è ancora placata.

Come spiegare dunque l’apparizione di questo fenomeno? Il lungo processo della selezione naturale non dà risposte adeguate per un evento verificatosi in breve tempo in presenza di una specie già esistente.

La spiegazione logica di questa acquisizione neurale la si può trovare pensando a una riorganizzazione integrale dello sviluppo intervenuta circa 200.000 anni fa nello scheletro di Homo sapiens. Benché sia verosimile che la trasformazione del genoma sia stata minima, e che abbiano avuto luogo più alterazioni della regolazione e dell’espressione dei geni, piuttosto che della struttura del genoma in sé, ci sono stati innegabilmente numerosi effetti a cascata sullo sviluppo di tutto il corpo. Non vi è motivo di pensare che tali ripercussioni siano state per forza limitate all’apparato scheletrico e a quello dentale, gli unici di cui vi sono reperti. È infatti plausibile che abbiano interessato anche l’organizzazione interna del cervello consentendo la formazione di quei processi che permettono le complesse associazioni alla base dell’attuale stile cognitivo simbolico. Questo nuovo potenziale cognitivo deve aver avuto un periodo di stasi breve e significativo, durante il quale i Sapiens, pur con la rinnovata architettura anatomica hanno continuato a comportarsi alla vecchia maniera. Ma, colpo di scena, circa 100.000 anni fa qualcosa ha indotto lo sfruttamento di questo nuovo potenziale, come agli uccelli primitivi è successo molto tardi di scoprire che le piume potevano essere usate per volare. Ha dovuto trattarsi di uno stimolo culturale, i presupposti strutturali c’erano tutti, e l’invenzione del linguaggio sembra l’ipotesi più accreditabile. Infatti il linguaggio è lo strumento che riveste un particolare interesse, in quanto meccanismo culturale di rilascio del pensiero simbolico. Oggi è praticamente impossibile immaginare il linguaggio isolato dal pensiero. Il fatto che non vi siano reperti che possano testimoniare un lento passaggio fa sì che in un’ottica linguistica non si possa escludere la possibilità che l’invenzione del linguaggio a opera di un ominide, biologicamente predisposto, sia stato un evento abbastanza repentino. Questa immediatezza rende il linguaggio uno stimolo al ragionamento simbolico, infatti è un attributo esterno e pronto a diffondersi tra le specie biologicamente predisposte a acquisirlo.

Oggi linguaggio e pensiero simbolico risultano inscindibili e ci sono ottime probabilità che siano stati assimilati più o meno nello stesso tempo dal giovane Homo sapiens in un evento unico e di breve durata, un evento recente, un’exaptation. Infatti l’exaptation è il processo evolutivo in cui le novità affiorano in contesti diversi da quelli in cui verranno successivamente cooptati. Si può pensare, come esempio, agli antenati marini dei tetrapodi che avevano sviluppato le ossa degli arti in un ambiente acquatico. Proprio questo meccanismo evolutivo spiega come la esistenza del tratto vocale, quale è oggi, sia emersa nell’esatto momento in cui è servita a esprimere il linguaggio. Infatti le dimensioni del tratto vocale sopralaringeo, che consentono l’articolazione di discorsi complessi, differiscono in misura notevole da quelle dei Neanderthal che sono molto più primitive. Si può pensare che siano una conseguenza accidentale della ritrazione facciale al di sotto della scatola cranica, che è il maggior elemento di differenziazione di Homo sapiens. Resta comunque il fatto che lo stile cognitivo unico degli esseri umani è il risultato di una lunga e complessa serie di acquisizioni avvenute nell’arco di 400 milioni di anni di evoluzione nel cervello dei vertebrati. La attuali proprietà emergenti sono il frutto di una conquista recente e dovuta a un evento improvviso e del tutto casuale. E questa è un’ulteriore conferma del fatto che gli umani non sono stati programmati per adottare determinati comportamenti. La conoscenza di un simile dato è davvero importante per comprendere che tipo di vivente sia Homo sapiens.

L’assenza di un lungo periodo di affinamento del sistema cognitivo contribuisce a chiarire le confusioni che possono tormentare nei processi decisionali e getta anche luce sul motivo per cui, nonostante l’incredibile capacità razionale, le condotte adottate talvolta siano improntate all’irrazionalità e alla miopia.

Ma è opportuno ricordare che i viventi umani non sono stati modellati per diventare un particolare tipo di vivente, da un punto di vista biologico godono di una buona dose di libero arbitrio, ovvero tanto quanto basta perché il comportamento non sia dettato soltanto dalla biologia. La riflessione da fare riguarda la responsabilità precisa che esiste nei confronti delle azioni che si compiono sia sul piano individuale sia in quanto specie.

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