Fine vita. Esiste un diritto all’amorevolezza?

07 OTTGentile direttore,
ho letto il vivace scambio di vedute tra Livia Turco e Carlo Flamigni sul “diritto all’amorevolezza” come terza via capace di superare il contrasto netto tra favorevoli e contrari al suicidio medicalmente assistito, tema su cui ha deciso la Corte Costituzionale lo scorso 25 settembre. Il disaccordo tra i due non è banale perché, piaccia o no, si dovrà fare una legge per regolare l’assistenza al suicidio e, se ho ben capito, si tratta di stabilire quale possa essere il principio ispiratore della nuova normativa, se il presunto terzo diritto all’amorevolezza oppure il diritto all’autodeterminazione.

Livia Turco dà per certo che ci sia il diritto all’amorevolezza e che esso è in grado di illuminare “la concreta condizione della malattia, della sofferenza, della dipendenza”, di arricchire la qualità della vita delle persone nella fase terminale, di contrastare sia la diffusa “cultura dello scarto” sia i fenomeni che “inducono una sorta di “dovere di morire” il più rapidamente possibile che si abbatte maggiormente sui soggetti più poveri e privi di affetti famigliari”. La nuova legge sul suicidio assistito dovrebbe essere informata al diritto/dovere all’amorevolezza, che “mette al centro le cure mediche, le pratiche umane e sociali che possono alleviare la sofferenza e rendere umana la convivenza con la malattia”, così da proteggere i poveri dall’insidia del “dovere di morire”.

Carlo Flamigni risponde che quel presunto “nuovo terzo diritto” è solo una mossa retorica che non porta da nessuna parte e serve solo a confondere le acque: quando la sofferenza diventa pervasiva, le persone si trovano in quella che ho chiamato la “condizione infernale”, ossia la situazione in cui il dolore è irrimediabile: quando si presenta questa condizione, le persone devono avere il diritto di uscire dalla vita sulla scorta della propria scelta autonoma, e i richiami a un presunto diritto/dovere all’amorevolezza sono un insulto al buon senso e alla dignità. Anche Flamigni è molto attento alle situazioni di povertà, che vanno affrontate con misure apposite e dedicate, ma insistere sul pericolo di abusi, disuguaglianze e discriminazioni nei confronti dei poveri per non parlare della condizione infernale è un modo per distrarre l’attenzione da quella che è la questione etica centrale del fine vita: come uscire con dignità dalla condizione infernale che attanaglia molti (soprattutto i poveri). Di fronte alla condizione infernale, l’amorevolezza non basta e risulta anzi inadeguata.

 Livia Turco ha immediatamente replicato elencando le tante azioni politiche da lei promosse e facendo una dichiarazione di collocazione di campo: “sono donna di sinistra ed ho a cuore la giustizia sociale. Mi indigna profondamente constatare che la più tragica delle diseguaglianze è anche quella più nascosta e taciuta ed è la diseguaglianza nella fragilità, nella non autosufficienza e nel fine vita”. Il diritto/dovere all’amorevolezza non è per niente “una stupidaggine” ma un passo dovuto alle “persone in carne ed ossa” che, nelle situazioni alla fine della vita, a volte sono in uno stato di abbandono e chiedono “uno sguardo amichevole ed un po’ di calore umano”.

Se è vero che la posta in gioco sottesa al dibattito è la linea da tenere nell’impostazione della nuova legge che andrà fatta per regolare la pratica del suicidio medicalmente assistito, allora il problema se ci sia o no un diritto all’amorevolezza è cosa rilevante: Livia Turco propone, infatti, che la Sinistra metta al centro tale diritto, mentre Carlo Flamigni lo nega a favore dell’autonomia. Non entro qui nella diatriba se “amorevolezza” sia o no una parola bella o brutta, ma bisogna chiarire se ci sia o no tale nuovo terzo diritto.

Per capirlo, è opportuno cominciare a precisare il significato lessicale del termine, e il dizionario dice che amorevolezza indica “disposizione o atteggiamento benevolo e affettuoso”. Dobbiamo chiederci: ha senso accampare un diritto o un dovere a una disposizione d’animo o a un atteggiamento? Me lo chiedo perché le disposizioni e gli atteggiamenti sono tratti di carattere, simili al coraggio di don Abbondio, che chi non ce l’ha non se lo può dare. Ha senso dire che c’è un “diritto alla bontà”? Si pretendere da altri la bontà? In che senso si può dire che c’è un dovere di avere un atteggiamento amorevole verso altri? Dire questo non è come dire che c’è un dovere a essere spontanei? La spontaneità è atteggiamento che si può imporre o comandare? O è disposizione che o sgorga da sé o non c’è null’altro da fare? Qualcosa del genere vale per la bontà o l’amorevolezza. Non appena si precisi il significato, si deve riconoscere che i diritti/doveri riguardano le azioni e non le disposizioni o gli atteggiamenti (che possono motivare le azioni), e questo soprattutto quando si ha a che fare con tratti di carattere che esulano dalla giustizia e vanno al di là di essa.

Quest’aspetto va ricordato anche perché Livia Turco dichiara di essere “donna di sinistra” che ha “a cuore la giustizia sociale”. Ciò significa che il problema è sapere se, di fronte all’opzione del suicidio medicalmente assistito, la Sinistra intende dare la precedenza alla giustizia o all’amorevolezza. Non sono andato a ripassare i termini esatti della questione (lo farò!), ma a memoria mi pare di poter dire che la risposta al problema individuato rimandi al grande dibattito sul socialismo scientifico vs. socialismo filantropico.

Va riconosciuto al socialismo filantropico un contributo importante al benessere umano e alla lotta alla sofferenza, ma credo che la Sinistra debba ritornare a mettere al centro l’analisi scientifica, e con essa la giustizia. E quando parlo di “analisi scientifica” mi riferisco non solo al piano della realtà empirica, ma anche all’analisi del piano etico, perché bisogna smettere di credere che si possa fare etica semplicemente affidandosi alle opinioni ricevute dalla tradizione: queste devono essere, invece, sottoposte a vaglio critico, per il quale si richiede specifica attenzione. In passato la giustizia andava applicata solo sul piano economico-sociale, mentre ora si estende anche a quello biologico riguardante il proprio corpo: se si coglie questo punto, allora si vedrà che la giustizia in campo bioetico comporta che, di fronte alla condizione infernale, il diritto all’autodeterminazione che sta alla base del suicidio medicalmente assistito ha precedenza sul presunto quanto illusorio diritto all’amorevolezza.

Ultima nota. Da una lettura complessiva degli interventi di Livia Turco il diritto all’amorevolezza sembra fare pendant con la L. 38/2010 sulle cure palliative di cui Turco è stata autrice, e che risulta tra le “più avanzate d’Europa”, pur restando “poco applicata”. Ma come mai, dopo dieci anni, una legge tanto bella e avanzata non è applicata? Tutti la lodano, ma non funziona! Eppure le cure palliative sono proposte come l’alternativa o l’antidoto al suicidio medicalmente assistito: ma se la legge che le istituisce non funziona, che antidoto sono?

E che senso ha proporre il nuovo presunto diritto all’amorevolezza come principio informatore di una futura legge che regoli il suicidio medicalmente assistito, quando neanche il corrispondente principio alla base della L. 38/2010 pare funzioni? E come mai non sia stata fatta un’indagine apposita e seria per capire il malfunzionamento della legge? Forse una risposta a queste domande andrebbe data. È auspicabile che chi si dichiara “di sinistra” risponda richiamandosi non al filantropismo o a un presunto diritto all’amorevolezza, ma rimettendo al centro l’atteggiamento scientifico non solo riguardo l’analisi etica, ma anche riguardo l’analisi concreta dell’efficacia delle leggi stesse.

Maurizio Mori
Professore ordinario di bioetica e filosofia morale, Dipartimento di Filosofia e Scienze dell’Educazione, Università di Torino
Presidente della Consulta di Bioetica Onlus
Componente del Comitato Nazionale per la Bioetica
Direttore di Bioetica. Rivista interdisciplinare

07 ottobre 2019
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