DOCUMENTO SULL'EUTANASIA, approvato dall'Assemblea dei soci il 30 gennaio 1993
Diversi fatti mostrano come negli ultimi tempi in ambito internazionale la riflessione sull'eutanasia sia notevolmente cresciuta. Il vivace dibattito in corso sull'esperienza olandese, i due referendum tenuti negli Stati Uniti (nello stato di Washington, 1991 e in California, 1992), le polemiche seguite alla proposta Schwartzemberg approvata da una commissione al Parlamento Europeo, l'interesse suscitato da vari casi individuali ed altri eventi, lasciano credere che il discorso in materia stia assumendo una dimensione nuova. Consapevoli del cambiamento in atto, questa Consulta di Bioetica ha da tempo istituito una apposita Commissione di studio che, dopo aver esaminato la crescente letteratura in materia e discusso i vari aspetti della questione, è giunta alle seguenti conclusioni.
Tralasciando qui i problemi spesso inestricabili relativi al "lasciar morire" e alla cosiddetta "eutanasia passiva", con "eutanasia" si intende l'azione che procura una morte senza dolore ad una persona che ne fa richiesta, ripetutamente e senza incertezze, per evitare un'infermità inguaribile e una situazione degradante per la propria dignità. A noi sembra che nella società contemporanea sia in crescita la richiesta di eutanasia nel senso sopra inteso. Crediamo che parte delle richieste di eutanasia possano essere evitate una volta abbandonato l'accanimento terapeutico e con un adeguato ricorso alla "medicina palliativa". Riscontriamo comunque che nel nostro Paese alla medicina palliativa non viene dato l'adeguato rilievo e che essa necessita di un maggior impulso, sia sul piano culturale, sia soprattutto su quello istituzionale nell'ambito della medicina tradizionale.
Chiarito il ruolo fondamentale delle cure palliative, non siamo sicuri che tale tipo di intervento (anche quando correttamente effettuato) riesca a gestire tutte le situazioni di sofferenza insopportabile dovute a malattie inguaribili. In queste circostanze può presentarsi il problema dell'eutanasia e della sua liceità morale.
In proposito affermiamo che in una società secolarizzata in cui a pieno diritto il pluralismo dei valori, il criterio adeguato per affrontare il dibattito su un problema tanto grave come quello sopra indicato è rappresentato dalla reciproca tolleranza delle diverse posizioni. Ci sono infatti anche prospettive pienamente legittime diverse dalla concezione della sacralità della vita umana o della vita da intendersi come dono divino, prospettive che non possono essere sottovalutate e che devono essere salvaguardate. Ne consegue che all'individuo deve essere riconosciuta la facoltà di por fine ai propri giorni col suicidio o di chiedere di essere aiutato a morire ove si trovi in situazioni di incapacità e di insopportabile sofferenza e perdita di dignità. A chi ritiene che la morte sia la fine dell'esperienza umana non si può imporre che tale esperienza sia protratta quando la sofferenza l'ha resa insensata e priva di alcun valore. Ci sembra anzi che il costringere un individuo che non lo voglia a rimanere in tale situazione penosa e degradante sia una mancanza di rispetto alla sua dignità.
Riteniamo quindi che il diritto di morire con dignità e di aiutare a morire con dignità debba venire riconosciuto e rispettato dalla società pluralista, in modo analogo all'unanime riconoscimento espresso nei confronti del diritto di vivere. Riteniamo che un medico, il quale in coscienza decida di accettare una richiesta di eutanasia nei termini sopra definiti, compia un atto moralmente lecito, in quanto il suo comportamento rispetta sia il principio di autodeterminazione del paziente, sia il principio di beneficenza e di tutela della vita degna di essere vissuta. Crediamo inoltre che l'eventuale rifiuto da parte del medico di acconsentire alla richiesta sia legittimo.
Riconosciamo che la nostra posizione può suscitare dubbi e perplessità, anche perchà questo sembra essere il destino di tutte le proposte nuove. Ci auguriamo comunque che la nostra affermazione venga discussa con rispetto, ponendo fine a quel linciaggio morale che ha sempre accolto ogni minima espressione di adesione all'eutanasia presentata nel nostro Paese. Riteniamo che tale atteggiamento di intolleranza da una parte sia moralmente condannabile in quanto non rispetta il pluralismo dei valori e la libertà di discussione, e dall'altra sia frutto di una mancanza di serie argomentazioni razionali. Le critiche di coloro che non condividono le nostre tesi devono mostrare il rispetto dovuto alle diverse idee ed essere fatte in base ad argomenti razionali.
Mentre riaffermiamo il pieno diritto di sostenere le liceità morale dell'eutanasia nelle circostanze sopra specificate (richiesta da parte dell'interessato e accertate condizioni di grave sofferenza causate da infermità inguaribile), sottolineiamo che la nostra è un'affermazione di principio che riguarda il piano etico. Siamo ben consapevoli che la traduzione di tale principio etico in leggi o in politiche pubbliche di qualsiasi genere richiede un secondo livello di analisi, ed in proposito questa Consulta sta elaborando adeguate soluzioni da proporre all'opinione pubblica.
Con questo documento la Consulta di Bioetica intende sostenere una precisa posizione sul problema concernente il principio etico dell'eutanasia al fine di sollecitare il libero dibattito razionale sull'intera questione. Riteniamo infatti che solo l'apertura di un ampio dialogo culturale sviluppato senza preconcetti o dogmatiche affermazioni possa far crescere la coscienza civile, in modo che anche nel nostro Paese si riesca ad individuare una adeguata proposta di soluzione di questo fondamentale problema dell'umanità.
IL COMMENTO DI REPUBBLICA, 25 FEBBRAIO 1993
Tralasciando qui i problemi spesso inestricabili relativi al "lasciar morire" e alla cosiddetta "eutanasia passiva", con "eutanasia" si intende l'azione che procura una morte senza dolore ad una persona che ne fa richiesta, ripetutamente e senza incertezze, per evitare un'infermità inguaribile e una situazione degradante per la propria dignità. A noi sembra che nella società contemporanea sia in crescita la richiesta di eutanasia nel senso sopra inteso. Crediamo che parte delle richieste di eutanasia possano essere evitate una volta abbandonato l'accanimento terapeutico e con un adeguato ricorso alla "medicina palliativa". Riscontriamo comunque che nel nostro Paese alla medicina palliativa non viene dato l'adeguato rilievo e che essa necessita di un maggior impulso, sia sul piano culturale, sia soprattutto su quello istituzionale nell'ambito della medicina tradizionale.
Chiarito il ruolo fondamentale delle cure palliative, non siamo sicuri che tale tipo di intervento (anche quando correttamente effettuato) riesca a gestire tutte le situazioni di sofferenza insopportabile dovute a malattie inguaribili. In queste circostanze può presentarsi il problema dell'eutanasia e della sua liceità morale.
In proposito affermiamo che in una società secolarizzata in cui a pieno diritto il pluralismo dei valori, il criterio adeguato per affrontare il dibattito su un problema tanto grave come quello sopra indicato è rappresentato dalla reciproca tolleranza delle diverse posizioni. Ci sono infatti anche prospettive pienamente legittime diverse dalla concezione della sacralità della vita umana o della vita da intendersi come dono divino, prospettive che non possono essere sottovalutate e che devono essere salvaguardate. Ne consegue che all'individuo deve essere riconosciuta la facoltà di por fine ai propri giorni col suicidio o di chiedere di essere aiutato a morire ove si trovi in situazioni di incapacità e di insopportabile sofferenza e perdita di dignità. A chi ritiene che la morte sia la fine dell'esperienza umana non si può imporre che tale esperienza sia protratta quando la sofferenza l'ha resa insensata e priva di alcun valore. Ci sembra anzi che il costringere un individuo che non lo voglia a rimanere in tale situazione penosa e degradante sia una mancanza di rispetto alla sua dignità.
Riteniamo quindi che il diritto di morire con dignità e di aiutare a morire con dignità debba venire riconosciuto e rispettato dalla società pluralista, in modo analogo all'unanime riconoscimento espresso nei confronti del diritto di vivere. Riteniamo che un medico, il quale in coscienza decida di accettare una richiesta di eutanasia nei termini sopra definiti, compia un atto moralmente lecito, in quanto il suo comportamento rispetta sia il principio di autodeterminazione del paziente, sia il principio di beneficenza e di tutela della vita degna di essere vissuta. Crediamo inoltre che l'eventuale rifiuto da parte del medico di acconsentire alla richiesta sia legittimo.
Riconosciamo che la nostra posizione può suscitare dubbi e perplessità, anche perchà questo sembra essere il destino di tutte le proposte nuove. Ci auguriamo comunque che la nostra affermazione venga discussa con rispetto, ponendo fine a quel linciaggio morale che ha sempre accolto ogni minima espressione di adesione all'eutanasia presentata nel nostro Paese. Riteniamo che tale atteggiamento di intolleranza da una parte sia moralmente condannabile in quanto non rispetta il pluralismo dei valori e la libertà di discussione, e dall'altra sia frutto di una mancanza di serie argomentazioni razionali. Le critiche di coloro che non condividono le nostre tesi devono mostrare il rispetto dovuto alle diverse idee ed essere fatte in base ad argomenti razionali.
Mentre riaffermiamo il pieno diritto di sostenere le liceità morale dell'eutanasia nelle circostanze sopra specificate (richiesta da parte dell'interessato e accertate condizioni di grave sofferenza causate da infermità inguaribile), sottolineiamo che la nostra è un'affermazione di principio che riguarda il piano etico. Siamo ben consapevoli che la traduzione di tale principio etico in leggi o in politiche pubbliche di qualsiasi genere richiede un secondo livello di analisi, ed in proposito questa Consulta sta elaborando adeguate soluzioni da proporre all'opinione pubblica.
Con questo documento la Consulta di Bioetica intende sostenere una precisa posizione sul problema concernente il principio etico dell'eutanasia al fine di sollecitare il libero dibattito razionale sull'intera questione. Riteniamo infatti che solo l'apertura di un ampio dialogo culturale sviluppato senza preconcetti o dogmatiche affermazioni possa far crescere la coscienza civile, in modo che anche nel nostro Paese si riesca ad individuare una adeguata proposta di soluzione di questo fondamentale problema dell'umanità.
IL COMMENTO DI REPUBBLICA, 25 FEBBRAIO 1993
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